Comincio chiedendo scusa a chi lo Zen lo studia e lo pratica sul serio. Sono un informatico e ho messo la parola “Zen” nel titolo di un libro sui modelli di linguaggio. Capisco che possa far alzare un sopracciglio. Se durante la lettura ne alzate anche un secondo, scrivetemi: avrò qualcosa da imparare.

Il libro nasce da una sensazione che ho provato lavorando con questi modelli. Fra una domanda e una risposta, mi sono accorto che il lavoro più interessante riguardava anche il mio modo di stare davanti allo schermo. Che cosa stavo chiedendo? Che cosa avevo dimenticato di spiegare? E perché una risposta ben scritta riusciva a tranquillizzarmi prima ancora che l’avessi verificata?

Con un modello è facilissimo prendere velocità. Scrivo, ricevo, correggo, riprovo. Il risultato sembra sempre a un prompt di distanza. Poi mi fermo e scopro che la domanda era confusa, che una condizione importante era rimasta nella mia testa o che stavo cercando una conferma a un’idea a cui mi ero già affezionato. La macchina aveva prodotto parecchie parole. Io avevo ancora da capire il problema.

È in questa pausa che ho trovato qualcosa che, con tutta la prudenza del caso, ho chiamato zen. Fermarmi prima di chiedere. Leggere senza correre subito alla conclusione. Lasciare che una risposta mi mostri anche le lacune della domanda. Apprezzare una proposta e conservare la libertà di scartarla. La mia competenza filosofica resta quella che è; il bisogno di attenzione, invece, lo riconosco molto bene.

Una risposta fuori bersaglio può essere sorprendentemente utile. Mi costringe a precisare ciò che volevo dire. L’errore rimane un errore, ma nel tentativo di spiegarlo diventa più chiaro anche il mio pensiero. Ogni tanto il passaggio decisivo avviene proprio lì, mentre smetto di aspettarmi che la macchina abbia capito tutto quello che io non le ho detto.

Naturalmente continuo a fare il mestiere dell’informatico. Un riferimento lo apro e lo leggo, un calcolo lo rifaccio, una soluzione la metto alla prova. Anche la risposta più elegante deve fare i conti con ciò che sostiene. Se la frase suona benissimo ma il dato è sbagliato, la bella prosa può aspettare: prima sistemo il dato.

Mi interessa soprattutto ciò che resta a me dopo l’interazione. Riesco a spiegare il risultato con parole mie? So dire perché una proposta mi convince? Ho ancora spazio per decidere, oppure ho lasciato che la quantità di testo occupasse anche il posto del mio giudizio? Sono domande molto concrete, e mi hanno accompagnato nella scrittura di Tra Zen e modelli di linguaggio.

Il saggio parte dai meccanismi dei modelli e arriva al nostro rapporto con le loro risposte: attenzione, cultura, delega, responsabilità. Le parole che leggiamo sullo schermo possono finire nei documenti, nel software e nelle decisioni. Vale la pena fermarsi a guardare come ci arrivano, e quale parte del percorso vogliamo continuare a fare noi.

Ai veri esperti di filosofia Zen chiedo dunque scusa per l’incursione e, se vi va, qualche indicazione per orientarmi meglio. Questo libro nasce dalla curiosità e da un’esperienza di lavoro, con tutti i limiti di chi la racconta. Nella collana gli ho dato un posto un po’ diverso: “Un passo di lato”. Mi sembrava il nome giusto per un informatico che, seguendo una domanda, si ritrova a guardare anche se stesso.

Il volume è una prima versione italiana in revisione. Se vi incuriosisce, lo trovate qui sotto. E se un passaggio vi fa fermare, pensare o dissentire, scrivetemi. La conversazione può continuare anche senza una GPU.